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16 ottobre 2006 - 21:51

Cultura

J'accuse ... all'autodepressione

Riflessione attuale

E’ uno strano momento storico quello attuale: siamo in un periodo di evoluzione scientifica e di conoscenza praticamente senza eguali, le capacità quasi miracolose in medicina di ridare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, le gambe ai paraplegici, allungamento e miglioramento della vita eppure tutto questo non basta per contrastare il diffusissimo, sconfortante piagnisteo sul decadimento dei valori, mercificazione dell’uomo, ansia del futuro, fanatismo, pessimismo planetario.

Ma è davvero così? Certo che no. Del resto basta ripercorrere altri passaggi cruciali della storia per ritrovare moti di catastrofismo, rifiuto della modernità e delle nuove sfide che lo sviluppo umano sul pianeta comporta.

Il liberale e “peccaminoso” occidente, ben lontano dall’essere “paradiso”, è avversato sia dai fondamentalismi religiosi che da quelli ideologici, che si sentono minacciati (a ragione) dalle nostre ostentate libertà.
Che siano quelle di irridere i nostri leaders politici o religiosi oppure quello di indossare un comunissimo bikini, poco importa… la libertà di comportamento o di parola del singolo rispetto all’autorità è una minaccia per il regime: e più rigido è il regime più feroce è la sua reazione. Per questo che in certi paesi persino l’immagine di una donna nuda è vista come una minaccia, come intollerabile ribellione, e una qualsiasi ironia sul “supremo leader” come un attacco allo stato e quindi destinato alla soppressione.
Basta vedere quel che rischiano scrittori e intellettuali in occidente e quelli che provano a fare lo stesso nei paesi illiberali (vedi i casi Van Gogh, Anna Politkovskaja).

Ma c’è un'altra folta schiera di avversi all’occidente: gli stessi occidentali.
Nonostante siano nati e vissuti in situazioni tutt’altro che misere hanno sviluppato un odio culturale verso un certo tipo di benessere e parallelamente un complesso di colpa verso situazioni inferiori (come se uno scozzese dovesse sentirsi in colpa per un’etiope che muore di sete). Questo meccanismo di stampo russeauiano che imputa tutti i mali e le sciagure del mondo attuale al distaccamento dalla “natura”  e la “violazione delle sue leggi” (quello che per i religiosi è il distacco da dio, la perdita di fede) porta a sviluppare un viscerale rancore verso ciò che RITIENE causa di ciò - un po’ come lo era la “grassa borghesia” nel secolo scorso ora le multinazionali o qualsiasi fantomatico potere occulto. Il nazismo lo fece con gli ebrei.
Ma come dice bene Andrè Glucksmann nel suo “Discorso dell’odio” all’odio non servono “ragioni” valide: basta a se stesso, giudica senza sapere e condanna senza pensare.
Ma la “natura” come entità madre (che tra l’altro non esiste) è ben diversa dal concetto di “madre” che abbiamo noi: non ha mai avuto “amore” verso le creature viventi, pensanti o meno. Le ha sempre regolate in base alla inflessibile legge del “mors tua vita mea”  concedendo o  togliendo la vita con la lama della fame o della lotta per la sopravvivenza.
Tutto questo Giacomo Leopardi l’aveva capito ben prima di Schopenhauer e di Nietzche, parlando della natura come “matrigna” e ben distante dall’etichetta di “pessimista cosmico” che gli è stata appiccicata addosso, aveva altrettanto capito che l’unico “amore” vero e consapevole su questo pianeta è quello che riesce a sviluppare l’uomo verso un suo simile (quando ci riesce), con quel sentimento di compassione e fraternità che ci rende più forti verso le avversità della vita e verso il nostro destino.
Trovo quindi noiosi, irritanti e tristemente pavidi tutti quegli scrittori, intellettuali, artisti, musicisti che su questo piagnisteo mondiale hanno costruito carriere, coniato slogan e propagandato manifestazioni di “anti-tutto” repressi, che invece di affrontare i problemi mirano a sfogare il proprio rancore verso quel che gli capita a tiro, fosse anche un innocuo bancomat. Basta con questo svilimento, questa depressione autoindotta, per affrontare vita e problemi serve volontà e forza, come dimostrano coloro che quotidianamente affrontano una giornata di lavoro… magari con un faticoso sorriso. “Chi sa sorridere è padrone del mondo” scriveva Leopardi e se lo diceva lui…